Museo di San Pio X a Tombolo

MUSEO di SAN PIO X a TOMBOLO

Nel museo a lui dedicato all’interno della Chiesa Arcipretale di Tombolo, sono conservati reperti molto interessanti (documenti vergati dal Santo Padre Pio X e paramenti sacri da lui indossati durante il ministero sacerdotale svolto a Tombolo). 

 
Intervento di monsignor Arduino Beltrame
Zoom
Intervento di monsignor Arduino Beltrame

E’ inoltre possibile ammirare un pregevole mosaico del 1965 realizzato dal maestro Frè Pittino della prestigiosa Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo, che raffigura San Pio X benedicente. Il mosaico è stato donato alla Parrocchia di Tombolo dal Sindaco Franco Zorzo, a nome dell’Amministrazione Comunale, nel corso di una cerimonia ufficiale svoltasi a Tombolo il 22 ottobre 2004. 

 

INTERVENTO DI MONSIGNOR ARDUINO BELTRAME

INTERVENTO DI MONSIGNOR ARDUINO BELTRAME, ARCIPRETE DI TOMBOLO SU
“ SAN PIO X A TOMBOLO”

AULA CONSILIARE DEL MUNICIPIO DI TOMBOLO – 22 OTTOBRE 2004 

Signor Sindaco Franco Zorzo, Onorevole Flavio Rodeghiero, autorità civili e religiose, signore e signori:
sono lieto per l’invito che mi è stato rivolto ad essere presente a questa bella manifestazione in onore di San Pio X e ad offrire un contributo che testimoni l’affetto della nostra comunità di Tombolo verso il Pontefice Sarto che proprio qui mosse i primi passi di quel lungo e fecondo ministero pastorale che lo porterà alla Cattedra di Pietro, successore del Principe degli Apostoli.
Il mio intervento si colloca all’interno della cerimonia di donazione alla comunità di Tombolo di un’opera artistica dedicata a San Pio X, che fra poco ammireremo, per la quale va la nostra sincera gratitudine all’Amministrazione Comunale per il prezioso omaggio unita al compiacimento verso la Scuola Mosaicisti di Spilimbergo del Friuli per la bella realizzazione, frutto di spiccata competenza, di forte esperienza e di delicata sensibilità nell’arte del mosaico.
Il mio intervento non è dello storico, né dello studioso esperto nel consultare antichi testi e abile in puntuali ricerche. Non è neppure l’intervento del teologo o del pastoralista. Vuol essere piuttosto la testimonianza di una persona che trovandosi a condividere le stesse origini paesane di Riese, fin da piccolo, ha felicemente subito l’originale fascino di un uomo grande per umanità, dottrina e santità.
Proprio qualche giorno fa ho rivissuto l’emozione della Prima Comunione celebrando in San Pietro a Roma sull’altare di San Pio X, con i miei amici d’infanzia. Il 50° della nostra prima comunione fatta a Riese nel 1954, nella prima festa liturgica di San Pio X appena canonizzato.
Mi soffermerò soprattutto su “Don Giuseppe Sarto a Tombolo”.
Sappiamo che Giuseppe Melchiorre Sarto nacque a Riese il due giugno 1835. Visse un’infanzia serena e tranquilla in famiglia condividendo la vita del paese e della parrocchia fino all’entrata in seminario a Padova il 13 novembre 1850.
In seminario a Padova completò la sua preparazione umanistica prima, e curò quella teologico-pastorale poi, distinguendosi per ingegno, qualità intellettuali, generosità ed equilibrio. I giudizi dei docenti sono assai lusinghieri.
Il giovinetto Giuseppe Sarto, come a Castelfranco e così a Padova in seminario fu sempre il primo della classe.
E arrivò il giorno dell’Ordinazione Sacerdotale il 18 settembre 1858 nel duomo di Castelfranco Veneto per l’imposizione delle mani del Vescovo Antonio Farina, ora Beato. Aveva compiuto da tre mesi 23 anni, uno in meno dell’età prevista per cui dovette chiedere speciale dispensa alla Santa Sede.
Divenuto sacerdote fu destinato alla comunità di Tombolo, inviato al Parroco di allora Don Antonio Costantini, originario di Cortina d’Ampezzo, che era di malferma salute.
Il Costantini era giunto a Tombolo appena un anno prima: giovane il Parroco, 37 anni, giovane il cappellano, 23 anni. Tra i due si instaurò da subito un rapporto di grande reciproca stima, di sintonia e di piena collaborazione.
Il Costantini nacque a Cortina (Belluno) nel 1821; studiò nel seminario di Belluno, fu cappellano a Canale d’Agordo (paese natale del futuro Papa Giovanni Paolo I°), poi passoò tra i Frati Minori di Vicenza dove restò tre anni, poi dovette uscire per motivi di salute.
Il Vescovo di Treviso, Monsignor Antonio Farina, vicentino di origine, che conosceva il Costantini, saputo che usciva dal convento, lo invitò ad incardinarsi nella diocesi di Treviso. Fu un po’ cappellano a Venegazzù, quindi a Noale e infine promosso Parroco a Tombolo dal 1857 al 3 marzo 1873, anno della sua morte (16 anni di ministero). Si parla del Costantini come di un uomo deciso e risoluto, aperto, dotato di buona intelligenza, di grande cultura e di ferma volontà.
A Tombolo il Costantini si rese simpatico per la sua bontà. Era, dicevamo, di costituzione cagiovnevol perché soffriva di frequenti emorragie. Mi sono soffermato brevemente a tratteggiare con qualche veloce pennellata la fisionomia di Don Costantini perché don Giuseppe Sarto serbò per sempre ammirazione, rispetto e stima verso don Costantini, perché da lui apprese concretamente l’arte del Pastore. Don Giuseppe Sarto, giovane sacerdote, giunse a Tombolo, inviato dai Superiori, verso la metà del novembre 1858, ricevette amabile accoglienza dal Costantini che vide subito in lui un giovane aperto, facile alle relazioni, pieno di buona volontà, disponibile ad offrirsi senza riserve, pronto a tutto.
Don Giuseppe era animato da un solo desiderio: fare del bene e lavorare instancabilmente secondo la volontà di Dio, per la salvezza delle anime.
Il Parroco Costantini comprese a fondo il giovane cappellano e divenne la sua prima guida nel susseguirsi delle responsabilità pastorali.
Don Giuseppe, per circa 5 anni, prese in affitto una stanza un po’ fuori dal paese, in Via Sommavilla (davanti alla casa ancora esistente, c’è una lapide che lo ricorda), successivamente dimorò in Via Chiesa nel pressi della canonica per essere più vicino al suo parroco e anche più vicino alla chiesa per il ministero pastorale.
A Tombolo il giovane Don Giuseppe trovò un paese di circa 1400 abitanti. Si racconta che alla nomina a cappellano di Tombolo, Don Giuseppe fosse stupito e meravigliato a motivo di certi giudizi diffusi, poco rassicuranti verso il paese; tuttavia venne volentieri come confidò alla mamma.
Qui a Tombolo trovò una comunità fiera delle sue radici; trovo un paese che si distingueva per spirito di sacrificio, per la grande devozione verso i suoi preti; trovo un paese laborioso e industrioso. Vi era diffuso il commercio di granaglie e sementi e il commercio di bestiame. I tombolani, da sempre sono considerati abili commercianti e la lora fama si estendeva lontano. Cronache del tempo testimoniano che i tombolani sono conosciuti a Venezia, in Lombardia, in Piemonte, in Liguria, in Toscana ed Emilia.
A Tombolo era anche sviluppata l’agricoltura e si coltivava la vite soprattutto per uso familiare. C’era chi stava bene ma c’era anche chi aveva serie difficoltà economiche e Don Giuseppe era sempre pronto ad aiutare i poveri e gli indigenti privandosi lui stesso del necessario o impegnando qualcosaal Monte di Pietà pur di favorire qualcuno.
Non ha faticato Don Giuseppe ad inserirsi a Tombolo!
Il suo nobile cuore, la sua intelligenza, la sua facilità di parola vivace e acuta, la sua generosità e il suo carattere simpatico gli hanno procurato una tale popolarità da renderlo indimenticabile.
Don Giuseppe aveva il dono di saper familiarizzare con il popolo tombolano, usava il loro linguaggio, si interessava ai loro affari e, per rendersi simpatico, si teneva aggiornato della fluttuazione dei prezzi dei mercati di Treviso, Castelfranco e Padova che erano i mercati più frequentati dai tombolani.
Si divertiva nel farsi raccontare dai mercanti tombolani le avventure accadute loro lungo il percorso, non si meravigliava delle loro esagerazioni e si divertiva con grosse risate. I tombolani sono gente di buon cuore. Se c’era l’occasione Don Bepi non rifiutava di prendere con loro, in un momento di fraterna amicizia e distensione, un bicchiere di vino o una presa di tabacco, senza certamente venir meno ai suoi doveri ecclesiali.
La gente parlava volentieri del suo cappellano e anche con il trascorrere degli anni, moltoi aneddoti passarono da padre a figlio contenti, i tombolani, di vedere il loro don Giuseppe salire i gradini della gerarchia ecclesiastica fino al sommo pontificato.
Anche Pio X non si dimenticò mai di Tombolo, né da Vescovo, né da Cardinale, né da Papa. Infatti si compiaceva di parlare o di scrivere ai suoi buoni tombolani ed è per questo che il 25 novembre 1904 Papa Sarto volle onorare la parrocchia di Tombolo e insignire del titolo pontificio di Cameriere Segreto di Sua Santità, con il titolo di Monsignore, il parroco di allora Giovanni Maria Ziliotto e i di lui successori.
Il 1 luglio 1894, da poco nominato Cardinale, Mons. Sarto da Mantova scrisse al Parroco Ziliotto:
“ Carissimo Arciprete,
grazie anche della lettera cortese che in vostro nome e in nome di tutti i buoni parrocchiani mi avete diretta. Assicurateli pur tutti, i buoni tombolani, che non li homai dimenticati, né li dimenticherò mai per tutta la vita e specialmente nei giorni passati, mi sono augurato tante volte la quiete e la solitudine della mia stanza alla villetta che, ogni volta che passo, guardo con tenero affetto.
Salutate tutti i buoni amici di costà; ricordatemi anche nelle vostre preghiere e credetemi sempre, vostro affezionatissimo nel Signore.
Giuseppe Cardinal Sarto

Dicevamo che a Tombolo Don Giuseppe si mostrò attento a tutti, soprattutto verso chi era carico di bambini. Lui stesso veniva da una famiglia numerosa.
I bambini, diceva, non portano mai carestia; sono una risorsa di consolazioni e di prosperità. Lottò spesso contro la piaga dell’alcolismo, causa di miseria e di rovina. Grande era la carità di Don Giuseppe!
Molti testimoniano come egli avesse le mani bucate; i soldi non rimanevano a lungo nelle sue tasche; dava volentieri a chi era nel bisogno.
Quando non aveva soldi aiutava attingendo, soprattutto grano, dalle risorse del suo quartese. Un giorno un tale va a chiedere a Don Giuseppe una piccola somma: doveva andare a Verona in cerca di lavoro. Don Giuseppe non ha soldi, ma accompagna il poveretto in granaio e divide il mucchio di mais in due parti e gliene dà una dicendo: “Va a venderlo e con il ricavato potrai andare a Verona”.
Qualche volta ebbe modo di incontrare presso la Villa Imperiale di Galliera Veneta, l’Imperatrice d’Austria Maria Anna Carolina Pia alla cui presenza, in una circostanza, fece eseguire, da delle ragazze, una bella canzone da lui composta in onore della Regina che si compiacque. La Regina conosceva ed ammirava la carità di Don Giuseppe e talvolta intervenne lei stessa come benefattrice, per aiutarlo nella sua opera di carità.
A Tombolo Don Giuseppe mostrò molta attenzione ai malati, li visitava spesso, li aiutava e si faceva amare per il suo buon cuore.
Una volta accadde che un tale morì a causa di una malattia contagiosa. Nessuno voleva prestarsi per la sepoltura per paura del contagio, ora lui stesso si interessò e, aiutata da un altro, portò a termine quest’opera di misericordia: la sepoltura del defunto.
Anche se giovane, Don Bepi si fece apprezzare come saggio consigliere a tal punto da suscitare ammirazione e riconoscenza da chi lo avvicinava.
Si applicò molto nella formazione dei ragazzi, il suo far catechismo era ricco di esempi concreti e di aneddoti coinvolgenti.. Sapeva raccontare e far rivivere le scene più belle della Sacra Scrittura e, grazie alle sue doti, sapeva rendere le sue lezioni così attraenti che i piccoli si divertivano e tornavano gioiosi.
Negli intervalli il giovane cappellano si intratteneva volentieri a giocare con i piuù piccoli, animando il gioco dei ragazzini.
Anche con gli adulti sapeva affrontare ogni argomento in modo da attirare l’attenzione e l’interesse dei suoi ascoltatori anche dei meno culturalizzati.
Presto si fece fama di buon oratore a tal punto da essere spesso invitato, per tale ministero, non solo fuori parrocchia ma anche fuori diocesi.
Si racconta che, giunto a Tombolo, ancora inesperto, a volte predicasse in chiesa a porte chiuse con la sola presenza del parroco Costantini che lo consigliava, gli suggeriva, lo correggeva. Don Costantini fu per Don Giuseppe un vero padre, saggio e ponderato nei consigli, consigli che moderarono abilmente ciò che l’entusiasmo iniziale ha spesso di eccessivo.
Don Giuseppe non si faceva mai pregare per offrire un servizio al suo parroco. Quando il Parroco era malato, don Giuseppe non solo lo andava a trovare frequentemente , ma pure lo accudiva e lo assisteva anche nelle incombenze più umili, lasciando tutto per stargli vicino e facendo, all’occorrenza, anche da infermiere.
Don Sarto aveva spiccato senso e gusto della musica. Era stato maestro di cappella in seminario a Padova e, anche in questo, era vicino alla sensibilità di Don Costantini che a sua volta era maestro di gregoriano al seminario di Belluno.
Don Giuseppe istituì a Tombolo una piccola corale di circa 20 elementi ai quali insegnò delle Messe, dei mottetti e dei canti sacri.
Il maestro Pivato che fece parte di quel coro fin dall’inizio, riferisce di una strofa suggerita e musicata da Don Giuseppe che in qualche modo esprime il carattere di quel coro.
La cantavano spesso. Le parole dicevano

“Alziam compagni il canto
lodiam dei Santi il Santo
il Dio della bontà”.

Il sacerdote Sarto era portato agli studi e, nel tempo libero, rubandolo spesso al sonno si dedicava ad approfondire temi di Sacra Scrittura e di teologia; si dedicava allo studio dei Padri della Chiesa soprattutto di san Tommaso e di Sant’Alfonso per coltivare una dottrina sicura e sostanziale.
L’esperienza tombolana del cappellano Sarto vide il giovane sacerdote fortemente impegnato non solo nel campo propriamente ecclesiale e pastorale.
Egli si adoperò anche per la crescita culturale delle nostre popolazioni favorendo alcune iniziative di chiara promozione umana e valore sociale.
A Tombolo don Giuseppe trovò un ambiente di diffuso analfabetismo. Soltanto pochi sapevano leggere e scrivere. La prima scuola solo maschile a Tombolo era stata aperta pochi anni prima nel 1842 (a Onara sarà qualche anno dopo).
Avviò pertanto la scuola serale per i ragazzi e i giovani analfabeti del paese e per qualche tempo egli stesso fu Direttore di questa scuola serale. Durante gli anni del suo ministero a Tombolo si compì l’Unità d’Italia.
Precedentemente il Veneto e, ovviamente Tombolo, erano sotto gli austriaci.
Di quali idee era il Sarto? Filoitaliano o filoaustriaco?.
Si sa che il 21 ottobre 1866 si tenne il plebiscito per l’annessione del Veneto all’Italia. Egli collaborò per preparare la lista dei votanti e l’urna per le votazioni ma non partecipò agli entusiasmi patriottici del momento.
Si tenne un po’ fuori manifestandosi né a favore, né contrario.
Certamente furono molto attivi gli anni di Don Giuseppe a Tombolo. Egli era una persona sorprendentemente creativa e dinamica; non si concedeva attimi di ozio. Fu definito il “moto perpetuo” per le molteplici iniziative e attività.
Normalmente si alzava per tempo e si coricava assai tardi. “A mi me basta un sonetto” diceva.
Avviandomi alla conclusione si può affermare che l’esperienza pastorale di don Giuseppe Sarto a Tombolo, in qualità di cappellano, fu particolarmente vivace e feconda. Da tempo ormai il parroco Costantini andava sostenendo che don Giuseppe, così dotato, era sprecato a Tombolo e si adoperò perché il giovane cappellano potesse dar prova della sua arte oratoria e delle sue spiccate qualità anche alla presenza del Vescovo che lo invitò in Cattedrale a Treviso, alla presenza pure dei canonici e dei notabili della città, a tenere il panegirico di Sant’Antonio e, successivamente, del Beato Enrico da Bolzano.
Fu un successo tale da attirare l’ammirazione e il plauso di tutti.
Ben presto don Giuseppe fu invitato dal Vescovo a partecipare al concorso a parroco e fu nominato Arciprete dell’importante parrocchia di Salzano (1867).
Morto Don Costantini il 3/3/1873, fu proposto a succedergli a Tombolo Don Giovanni Maria Ziliotto il quale, prima di accettare, volle chiedere consiglio a Don Giuseppe Sarto, parroco di Salzano il quale gli disse: “…bisogna accettare Tombolo! Va tranquillo e ti troverai bene”. Monsignor Ziliotto vi rimase per 46 anni (1873-1919). Aveva ricevuto un consiglio saggio!!!
Anche questo episodio ci conferma come il ricordo del tempo trascorso a Tombolo restasse vivo nella mente e nel cuore di Don Sarto, di Monsignor Sarto, del Cardinale Sarto e del Papa Sarto.
Da Patriarca di Venezia ebbe a riconoscere: “Se io sono qualcosa, lo debbo al Costantini e agli anni vissuti a Tombolo”. E’ un riconoscimento che ci lusinga, ci onora e che suscita in noi ulteriore ammirazione verso Pio X.
Papa Pio X, antico nostro cappellano, oggi è anche Santo (dal 29 maggio 1954).
La Chiesa riconosce in lui un uomo eccezionale, umile e fedele che ha ha amato e servito la Chiesa con totale dedizione, chiara intelligenza e sapiente lungimiranza. Senza mai perdere contatto con la base semplice, con il buon popolo, terreno fecondo di bella umanità, di forti caratteri e splendide virtù.
Per questo, divenuto Papa, i tombolani affermarono con orgoglio: “i ga fatto Papa el nostro capean; don Giuseppe se papa, el se uno de noialtri”.
“ Uno de noialtri”. Ancora una volta lo Spirito Santo che guida la Chiesa non aveva cercato tra i potenti della terra per realizzare i suoi disegni, ma si è fermato su di un umile servo fedele la cui vita è una meraviglia ai nostri occhi.
E questo servo fedele è il nostro Don Giuseppe, cappellano di Tombolo. Ora San Pio X.